martedì 21 febbraio 2017

Rocky III

Il terzo Rocky a torto o a ragione è stato a lungo tempo considerato uno dei peggiori, perlomeno fino al 1990, quando il quinto capitolo ha dato una diversa fisionomia al franchise del pugile italoamericano. In effetti le fasi sono fondamentalmente tre: 1) quella dei '70, (episodi I e II), che vede la creazione del personaggio e del mito, si parte dal basso, le ragioni sociali sono umili, Rocky è il simbolo dello sconfitto che cerca il riscatto e lo trova per l'incredibile abnegazione e per lo spirito di sacrificio, più che per delle reali qualità sportive e pugilistiche. La rivalsa del piccolo uomo acciaccato dalla società, la cui cornice sono le periferie e i quartieri poveri d'America; 2) l'esplosione parossistica del mito (III e IV), la sua consacrazione in dimensioni super eroistiche, il tutto a colpi di kitsch, glamour, lusso, tecnologia e anabolizzanti; 3) il ritorno ad una dimensione più umile e dimessa (episodi V e VI), che sostituisce la fame di riscatto alla dignità di un tramonto malinconico ma moralmente sempre rigoroso. Rocky III è la chiave di volta dalla prima alla seconda era, e anche per questo ha prestato il fianco alle critiche, oltre ad una sceneggiatura ritenuta debole. Da molto tempo non lo rivedevo, e pigramente mi ero un po' adagiato su questo refrain quando invece, dopo esserci tornato sopra, mi sono reso conto che le cose non stavano affatto così.

I due Rocky degli anni '80 scontano ovviamente il decennio a cui appartengono, il peccato originale di essere tutti muscoli e zero cervello, cinema puramente commerciale contro quella minima vena d'autore che invece altri capitoli della saga avrebbero (perlomeno il I e il VI in modo più marcato di altri). Come per molti film di Stallone, si è evocato lo spauracchio del cinema reaganiano, con tutto l'annesso e connesso metaforico-allegorico (deteriore) che ne consegue. Ora, è fuori di dubbio che Rocky III, ed il suo successore ancor di più, non sia cinema espressionista tedesco, né contenga eco di Kurosawa o Fellini, e che quindi come cinema sostanzialmente commerciale e d'intrattenimento vada inteso; detto ciò, contesto vivamente la sua retrocessione a peggior film della serie (per altro largamente attribuibile allo scialbo Rocky V). Non lo è affatto. Il prodotto è ben girato e confezionato, i suoi meccanismi, semplici, elementari e prevedibili quanto si vuole, sono oliati alla perfezione. Si parte con lo scontro spettacolare con Hulk "Labbra Tonanti" Hogan, che concede una scappatoia grossolana, ipertrofica e un po' cialtrona fuori dai confini della boxe, si prosegue con la sfida lanciata da Cluber Lang (Mr. T) a un Rocky Balboa imborghesito; quindi è il momento della scoperta di una carriera "morbida" e accomodata da parte dell'inseparabile coach Mickey (Burgess Meredith), il quale pare assai acciaccato. E infatti, in concomitanza con il primo incontro di Rocky vs Clubber Lang, ci rimette le penne, sfiancato dall'età e dalla tensione. Rocky, disorientato, viene martirizzato sul ring da un infoiato Lang e vede sgretolarsi ogni certezza e punto fermo della sua vita, prim'ancora che della sua carriera. Ecco predisposto lo schema tipico di Rocky, la dura e faticosa risalita dalla melma all'alloro della gloria. Rocky deve riscattarsi, ancora e sempre, lo fa affidandosi ad un chirurgico Apollo Creed. Ma le motivazioni tardano a venire, perché l'uomo si scopre fragile, spaventato. Il momento più intenso ed emotivamente significativo del film - a mio parere (anche se tutti direbbero la morte di Mickey) - è la chiacchierata sulla spiaggia losangelina con Adrian, compagna eternamente silenziosa e in disparte, che nei momenti cruciali però si dimostra una tigre, e motiva il suo Rocky come nessun altro saprebbe. Rocky è scosso fino alle fondamenta, riacciuffa le redini di una battaglia che stava per perdere e getta il cuore oltre l'ostacolo. Finalmente arrivano gli occhi della tigre, l'unica arma in grado di sconfiggere Clubber Lang.

E' il giorno della rivincita, l'incontro della vita o della morte (come lo era stato quello con Apollo e come sarà poi quello con Drago). Le parti si rovesciano, Lang è satollo del suo titolo, Rocky lo rivuole con la bava alla bocca. E lo otterrà, lottando come un indomabile ed infaticabile mulo, disposto ad incassare millemila colpi senza andare al tappeto, ma anzi caricandosi come una torcia elettrica. Nel mezzo ci sono i Survivor di "Eye Of The Tiger", la statua di Rocky alta 260 cm, donata alla città di Filadelfia e detestata dai critici d'arte, una Talia Shire bellissima, una serie infinita di pantaloncini, stivaletti e guantoni giallo fashion, il flipper di Rocky. La terza avventura dello Stallone italiano è tutto fuorché priva di emozioni maschie, virile ed epiche. Non ha ne vuole avere la sottigliezza della narrazione omerica o virgiliana, è solo cinema americano, sportivo, volitivo, combattivo, adrenalinico, motivazionale. Ecco, per me questo Rocky può tranquillamente stare sullo stesso piano di Ogni Maledetta Domenica quanto a vigore e motivazioni per affrontare una sfida a schiena dritta e pervasi da un entusiasmo irriducibile. Entrano in ballo i sentimenti e il giudizio non può ridursi ad un'analisi meramente estetica, critico-cinematografica o peggio, intellettuale. E' cinema della carne, del sangue che pulsa, della volontà d'acciaio, del crederci sempre, del coraggio. Ed è anche il cinema della mia adolescenza.

1 commento:

  1. Quando nelle tue recensioni subentra anche il richiamo personal nostalgico, credo tu raggiunga un piacevole vertice di lirismo stilistico. Ma ben venga, ovviamente. E comunque hai ragione, seppure io sia molto affezionato al primo Rocky, e non sopporta invece il IV, questo qui non è per niente male. Coniuga quel certo glamour e spirito ottantiano, con valori comunque pregni e importanti. Sempre tanti complimenti.

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